Emergenza Coronavirus: aumento delle violenze domestiche e processi di consapevolezza

di Paola Vigarani

 

Da quindici giorni circa abbiamo pubblicizzato l’attivazione di una mail dedicata. lefencigruppocat@gmail.com, alla quale possono scrivere tutte le donne che si trovano a vivere situazioni di convivenza forzata con il proprio partner, che generano un aumento della violenza nelle relazioni d’intimità.

 

Dopo aver ottenuto le autorizzazioni del caso ecco che vorrei condividere una mail inviata all’indirizzo del nostro gruppo.

 

Buongiorno, ho letto l’indirizzo mail su Venere50 e vi scrivo approfittando del fatto che lavorando da casa riesco ad inviare mail, senza che lui mi riesca a controllare. Lui è mio marito. A dire la verità era già da diversi giorni che provavo a scrivere, ma non ero ancora riuscita a rimanere sola. Ora invece è occupato in una lunga ed impegnativa telefonata di lavoro che, mi ha detto, lo terrà coinvolto per l’intera mattinata. Si è chiuso in camera e a me arriva un po’ d’ossigeno. Da qualche giorno mi impone di lasciare la porta aperta anche quando vado in bagno, dice che vuole vedere che cosa combino. Tutto sempre per umiliarmi.

 

Il 18 febbraio è stata l’ultima volta che mi ha picchiata: è entrato come una furia, giusto mentre ero in bagno e ha iniziato a mollarmi degli schiaffi, non ho ancora capito perché. Da quando siamo in casa in isolamento lui mi ha sequestrato il cellulare, quando scende a buttare la spazzatura (e ci va sempre lui) mi chiude in casa. Mette in tasca il cellulare e la chiave di casa. In realtà non mi cambia nulla perché dal cellulare non potrei più chiamare né mia madre e nemmeno le vecchie amiche ed uscendo di casa non potrei chiedere aiuto ai vicini di casa. A mia mamma non dico come sono messa, non mi crederebbe perché lui è stimato da entrambi i miei genitori. Le mie vecchie amiche non esistono più, M. mi ha fatto perdere tutti i contatti sin da quando eravamo fidanzati. Ha fatto terra bruciata ed è rimasto il deserto. I miei vicini di casa hanno spesso sentito le mie richieste d’aiuto e le sue urla, ma nessuno ha mai mosso un dito.

 

Eccomi qui…perché non so più cosa fare, mi sento sfinita e sola. Mi manca l’aria, era poca anche prima, ma almeno uscendo di casa riuscivo a respirare. Non ho nessuno a cui raccontare quello che mi sta succedendo, in questo momento davvero difficile. Ho letto che a rispondermi ci saranno donne che hanno vissuto quello che sta accadendo anche a me. Sto cercando questo. Una persona che mi creda, che mi ascolti e mi faccia capire che non sono pazza, una psicopatica, isterica e cretina. Questo è quello che lui mi dice, ormai tutti i giorni per tutto il giorno. Il tempo in questa quarantena è diventato lunghissimo e ho bisogno di raccontare a qualcuno cosa sto vivendo per capire se è reale.
Ora che non ha più niente da controllare (così crede…le mail hanno un blocco) ha iniziato a non farmi più dormire la notte, mi sveglia, mi obbliga ad ascoltarlo. Lui è preoccupato per il lavoro, non sa come fare, non sa come risolvere i problemi, ora che non può più impartire ordini agli operai, ora che deve metterli in cassa integrazione e io devo ascoltarlo di notte, in silenzio. Se per sfinimento sbadiglio, se mi si chiudono gli occhi dalla stanchezza; sono urla, minacce. L’altra notte è andato in cucina ha preso un coltello, me lo ha messo davanti al naso e mi ha minacciato dicendo che se fosse riaccaduto me lo avrebbe piantato in pancia. Ora non posso più nemmeno mangiare quello che desidero. Ha fatto un elenco settimanale dei pasti, per organizzare al meglio la spesa dice, ma io non posso sgarrare, io non posso mettere su peso.

 

Prima che tutto questo iniziasse la mia vita era scandita da continue, insensate scenate di gelosia nei confronti dei miei colleghi d’ufficio, alle quali seguivano insulti, offese, spintoni, sputi e spesso schiaffi. Non posso telefonare o andare dai miei genitori, Posso farlo, solo se c’è lui ad ascoltare o ad accompagnarmi. Naturalmente, sono anni …ormai più di tre…che non vedo e non sento le mie amiche e nessun’altro. Nemmeno un caffè, un aperitivo, una pizza…niente. Posso andare a fare la spesa da sola, ma poi non posso tardare e se mi capita un contrattempo la pago. Eccome se la pago. Sono sempre io la sbagliata. Non capisco niente, perché è lui che ha rinunciato a tutto per me, non capisco niente perché lui senza di me avrebbe potuto fare carriera, non capisco niente perché è lui che fa sacrifici per me. Sono una troia perché mi metto i pantaloni stretti per andare al lavoro; voglio fare vedere il sedere a tutto l’ufficio, sono una puttana se mi taglio i capelli e mi faccio la frangia, se mi do il profumo, se mi trucco, se indosso orecchini, se indosso scarpe col tacco, se metto maglie scollate. Sono invece brutta e faccio schifo (ma guardati come sei messa!!!!…così mi dice) se in casa rimango in tuta, se indosso il pigiama e non la camicia da notte, se tengo i capelli legati…ah se li sciolgo, sono una puttana e una troia che so solo darla via….

 

Prima che tutto questo iniziasse, intendo il Coronavirus, ero certa di essere io quella sbagliata. Prima che tutto questo iniziasse l’ho sempre giustificato. “Dai S,…mi dicevo, in fin dei conti mi chiede poco…di non telefonare a mia madre se non in sua presenza”…eppure io di nascosto la chiamavo…poi però mi sentivo in colpa perché ero io a farlo arrabbiare, io a disobbedire, io a provocarlo. Se lui diventava offensivo e aggressivo me l’ero ovviamente cercata…
C’era un prima e un’ora. Ora che tutto questo è iniziato ho capito una cosa importante e voglio raccontarla, ho bisogno di raccontarla! Ho capito che è lui quello sbagliato, quello che si deve fare curare, non sono io la pazza.
Ora che tutto è iniziato, non vado più in ufficio, quindi non ha più motivo per essere geloso…eppure non va bene nemmeno così. E’ geloso ugualmente, io sono una troia ugualmente. Non indosso pantaloni stretti, scarpe col tacco, non mi trucco, non ho capelli sciolti eppure sono una troia. Ora che non telefono più a mia madre, nemmeno di nascosto perché il telefono l’ha lui e non andandola a trovare, non potendo muovendomi, non va bene nemmeno così; sono una cretina. In questi giorni, terribili ho capito che assecondarlo, cercare sempre di fare la cosa migliore, la cosa giusta che non lo faccia arrabbiare e sentirmi in colpa per tutto, non serve proprio a nulla. Lui è cosi, indipendentemente da quel che faccio o dico. Io anche se ubbidisco sono sbagliata ugualmente. Sono diventata un fantasma eppure non va bene. Mi sono ammalata, perché mi ha tolto il sole dentro, eppure non va bene. Mi sono annullata, mi sono adattata, ho messo davanti ai miei, i suoi bisogni eppure non va bene.
Lui, mi ha fatto credere di essere l’amore della sua vita, mi ha fatto credere di essere un principe azzurro sceso dal cielo pronto a salvarmi, invece la mia vita non è più vita. Io non lo amo più e lui non mi ha mai amata. Ho capito che tutto questo deve finire, non sono io la sbagliata. Voglia la mia vita, una vita. Quindi quando tutto questo finirà, cercherò di capire chi sono e se valgo e quanto valgo.
Ora vedo la luce in fondo al tunnel, un tunnel lunghissimo. La in fondo c’è qualcuno che può rispondermi? Vi prego fatelo presto, qui manca anche l’aria. S. “

 

In questo momento eccezionale di convivenza forzata, di restrizioni della libertà individuale, il non potersi muovere da casa, nemmeno per le ore normalmente destinate al lavoro, accentua l’intensità, aumentando la rapidità delle tipiche dinamiche comportamentali e psicologiche che vengono messe in atto all’interno della coppia nella quale viene commessa violenza. Il carnefice, non riuscendo a dilatare nello spazio l’intensità, l’aggressività e la violenza, anche solo uscendo temporaneamente di casa, si scaglia continuamente sulla vittima, legittimandosi anche dalla situazione difficile che tutti stiamo vivendo. Quindi i pensieri bui e negativi sulla condizione economica che potrebbe anche peggiorare, l’impossibilità di sfogo all’esterno, la paura di perdere il lavoro o di ammalarsi, sono tutti elementi che innescano maggiormente le azioni di violenza psicologia e fisica.

 

Una donna, vittima che vive in una relazione violenta purtroppo nota, come il vortice delle provocazioni, dei divieti, delle privazioni e delle imposizioni, si stringe sempre più. Il tempo che intercorre tra questi eventi è sempre più breve, e l’unico capro espiatorio delle frustrazioni di un carnefice diventa solo la sua vittima con lui convivente: la sua preda, predata a tutti gli effetti.

Questa accelerazione delle dinamiche violente genera però, come si evidenzia anche nella mail, anche un’altrettanta accelerazione del processo di consapevolezza della vittima. Accelerazione che porta al desiderio di cambiamento, desiderio di recuperare ciò che è stato tolto: autostima, sicurezza, libertà, autonomia, tempo, leggerezza e serenità. In condizioni di normalità questo processo avviene dopo anni di reiterazioni delle dinamiche che compongono il “ciclo della violenza” o dopo aver subito una violenza fisica grave che abbia fatto temere per la vita.

 

Questo riconoscimento e questa consapevolizzazione nella situazione descritta innesca però il bisogno di chiedere ascolto e sostegno concreto che consiste principalmente nel favorire la narrazione scritta degli eventi violenti dolorosi e traumatici. Scrivere aiuta a cambiare la percezione, aiuta l’elaborazione e la riparazione. Aiuto concreto consiste anche nel far emergere la consapevolezza delle risorse che la donna ha già messo in campo per cercare di rimanere lucida e vigile nella situazione violenta e nell’aver chiesto aiuto. Si evidenzieranno inoltre anche tutte le risorse necessarie per rimanere in contatto con la paura per ascoltare il pericolo che quotidianamente si ripresenta e per cercare di uscire dalla violenza anche prima della cessazione della quarantena, prima che sia troppo tardi. Avrei voglia di concludere citando il proverbio “non tutti i mali vengono per nuocere”; ma la situazione è troppo complicata e pericolosa per permettermelo.