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di Paola Vigarani

 

Le donne che vivono relazioni con partner abusanti e maltrattanti quando chiedono aiuto intendono veramente uscire dalla relazione tossica? La mia esperienza mi dice di no. No, nell’immediato.

 

Cosa c’è che ostacola e blocca la donna nel suo processo interno di devittimizzazione? Quale legame malsano tiene vincolata, per lungo tempo, spesso anni, una donna al suo carnefice in una ragnatela affettiva?
Confesso che me lo sono chiesta a lungo, in balia della frustrazione e dell’impotenza, soprattutto quando una donna dopo un primo tentativo di allontanamento, decide di ritornare col partner violento.

 

Facciamo un passo indietro. Nella letteratura internazionale si trova spesso la locuzione Intimate Partner Violence (IPV) per indicare la violenza agita in una relazione sentimentale da parte del partner o ex partner. Questa precisazione è d’obbligo per comprendere al meglio i presupposti della violenza nell’intimità che avviene all’interno di una relazione, che nella maggioranza dei casi nasce da un sentimento d’amore e di fiducia. Spesso si tratta dell’uomo che la donna ha scelto, del quale si è innamorata e col quale ha deciso di costituire una famiglia.

 

La definizione della violenza nell’intimità fu descritta nel 1997 dall’antropologa francese Francoise Heritier: “la violenza nell’intimità è fondata su un rapporto di disparità. L’uomo esercita forza, dominazione, potere e controllo con brutalità fisiche o psicologiche sulla donna. In generale, si tratta d’imporre la propria volontà sull’altro, di dominarlo usando una serie di mezzi; quali molestie, percosse, umiliazioni, svalorizzazioni, fino alla sottomissione o alla capitolazione della vittima”.

 

E’ già difficile chiudere un rapporto in una situazione di normalità: c’è stato l’investimento emotivo, sogni, speranze, momenti di vita vissuti insieme, progetti, magari un matrimonio ed un figlio. Possono poi sopraggiungere la paura di rimanere soli, di non ritrovare più un altro partner, non riuscire più ad immaginarsi una vita che non sia di coppia. Quando si parla invece di una relazione abusante, caratterizzata da uno squilibrio di potere, entrano in gioco ulteriori elementi, che si sommano a quelli sopra descritti ed aggravano la situazione. Spesso i sentimenti della donna sono veri ed autentici mentre l’uomo abusante rivela solo gradualmente, con il tempo, la sua vera identità quando oramai la donna è caduta in trappola. Inizialmente i comportamenti sono molto convincenti, da vero “principe azzurro”, proiettando un futuro bello ed accattivante tramite promesse, complimenti e corteggiamenti spesso esagerati.

 

L’autostima è nulla: tutti i “non vali un cazzo“, “sei una buona a nulla“, “sei scema”, “senza di me non sei nessuno” e via dicendo, costruiscono un’immagine di se stessa irrealisticamente negativa. Continuando a sentirselo ripetere da una persona che stima ed ama, finisce purtroppo per crederci, zittendo il suo intuito e credendo inevitabilmente a lui che la svaluta. I rapporti sociali sono poi assenti. La prima forma di violenza psicologica agita, è quasi sempre l’isolamento dalla rete familiare ed amicale per impedirne il confronto o la richiesta d’aiuto. La donna vive così un “doppio regime”, caratterizzato da sentimenti contrastanti: l’intuito le dice di scappare, ma non sa dove e l’amore di restare.

 

Questo genera un conflitto interno che rallenta l’azione e da vita ad un legame tossico, caratterizzato da un circuito maltrattamento/premura, coercizione/consenso inconscio e che si fonda su relazioni di dipendenza, plagio, abuso, false premure. La posizione psichica dell’uomo con comportamento violento è simbiotico, possessivo, controllore, geloso, ricattatorio, colpevolizzante così da dominare la vittima che vuole isolare dal mondo.
Sono stati formulati diversi modelli teorici per spiegare la permanenza in una relazione di maltrattamento, includono la teoria del ciclo della violenza (Walker, 1984), il Sindrome d’Adattazione Paradossale e la Violenza Domestica (SAPVD) (Montero, 2001) o il modello del labirinto patriarcale (Bosch, Ferrer e Alzamora, 2006).

 

Quanto più è duratura la relazione tra vittima e aggressore, quanto più la violenza si è intensificata, tanto più è facile che nascano sentimenti ambivalenti; spesso la donna sente che la propria vita dipende dall’aggressore e sviluppa un meccanismo psicologico che tende a giustificare il suo comportamento violento. A volte si evidenzia un vero e proprio “patto di solidarietà” tra vittima e carnefice che fa parte dei meccanismi di difesa che può scattare nella donna come una reazione di fronteggiamento all’evento traumatico. Secondo la teoria “Sindrome di adattamento alla violenza domestica” dello psicologo Andres Montero, la Sindrome di Stoccolma può essere adattata a definire le implicazioni psicologiche della violenza anche nella relazione d’intimità. In pratica si verifica una sorta d’identificazione con l’aggressore: sapendo che la vita, la salvezza è nelle mani del carnefice, la vittima lo idealizza e per evitare ritorsioni, mette da parte la rabbia per dimostrare amore, compiacenza e sottomissione.

 

Avviene cioè una dissonanza cognitiva al fine di ridurre il disagio e il dolore che produce nella donna che subisce violenza la convinzione che la relazione sia accettabile e a volte necessaria alla sua stessa sopravvivenza. Così le donne vittime vivono in una sorta di trincea quotidiana a lungo e resistono alle umiliazioni, alle molestie e alla violenza. Quando ci domandiamo perché le donne rimangono, iniziamo anche a chiederci perché gli uomini che dicono di amarle e di non poter vivere senza di loro le denigrano e le picchiano.