“Piacere mio !”. (dis) piacere mio!: non sempre la sessualità è fonte di piacere

 

di Paola Vigarani

 

Anche questa settimana proseguiamo con alcune riflessioni sui risultati del questionario diffuso in occasione del convegno Piacere mio!, sul piacere sessuale femminile nella seconda metà della vita. Va precisato che il collettivo Venere50 ha a cuore i temi legati alla violenza di genere e per questa ragione  abbiamo voluto dedicare una parte del convegno anche alla violenza sessuale nella relazioni intime come fenomeno che esclude inevitabilmente il piacere e non solo quello sessuale.

 

Tra le varie domande del questionario una spiccava per ovvietà alla risposta: per te violenza sessuale è…?

“Subire un rapporto sessuale attraverso la coercizione e l’uso della violenza fisica” è la risposta ovvia che la quasi totalità (98%) delle donne intervistate ha scelto di indicare. Ciò che invece riteniamo interessante è che, essendo le risposte multiple, la seconda risposta  più opzionata (49%) è stata ” Compiacere le richieste del partner senza averne desiderio”: una vera e propria sorpresa.

 

Quando una donna chiede aiuto e sostegno all’uscita dalla relazione con un partner con comportamento violento, racconta non senza difficoltà delle violenze fisiche. Elenca le numerose situazioni caratterizzate da urla, denigrazioni, umiliazioni, schiaffi, pugni e cadute provocate. Molto raramente, quasi mai, soprattutto in una fase iniziale del percorso di uscita dalla relazione, racconta però la violenza sessuale. Non viene raccontata nemmeno quando è indicata da domande specifiche presenti sulle schede anamnestiche come, “hai subito richieste di atti sessuali umilianti?”, “hai subito un’aggressione sessuale  o un tentato stupro?”,  “uno stupro?”. La risposta è quasi sempre negativa. Emerge così un quadro anomalo che evidenzia come all’interno di una relazione d’intimità le donne subiscano sempre violenza psicologica, fisica, a volte economica e quasi mai sessuale.

 

La psicologia criminale definisce la violenza sessuale un abuso di potere e presuppone la superiorità maschile sulle donne, considerando le stesse un semplice oggetto al servizio del maschio. Quindi, in una dinamica più ampia di violenza nella relazione d’intimità  (che sappiamo essere caratterizzata da dinamiche psicologiche e comportamentali volte al sopruso, all’oppressione, alla dominazione) è lecito domandarsi perché il linguaggio sessuale non viene utilizzato dal maschile per rafforzare potere e soggiogazione.

 

La psicologia criminale afferma anche che il rischio di subire uno stupro o un tentativo di stupro è tanto più elevato quanto più stretta è la relazione tra autore e vittima. Anche i dati ISTAT delineano una diffusione che non è narrata dalle vittime, nonostante  le cifre siano fortemente sottostimate, perché il sommerso raggiunge in Italia circa il 93% delle violenze sessuali subite da partner o ex partner (rapporto Istat 2007). Lo stesso studio  dimostra che, quando perpetrata dal partner, la violenza sessuale viene percepita dalla vittima come meno grave.

Partendo dal presupposto che la violenza sessuale all’interno della coppia è quasi sempre presente quando vi è anche violenza psicologica, fisica, economica, perché la vittima la omette, la rimuove o la tace? Il sommerso riguarda il senso di vergogna, la mancanza di fiducia nelle istituzioni, la difficoltà nel parlarne nelle aule dei tribunali?

 

Negli anni questa è la conclusione alla quale ero giunta e che mi ha spinto a non somministrare mai, almeno nei primi colloqui, un’ indagine anamnestica che comprendesse domande inerenti alla violenza sessuale con l’intento di non mettere in ulteriore difficoltà la donna coinvolta in fenomeni violenti.

Poi l’esperienza diretta con le vittime, insieme al lavoro attento e continuo di consapevolezza sulla visione stereotipata della violenza di genere, mi ha condotto ad una conclusione: la vittima non riconosce la violenza sessuale subita e pertanto non la verbalizzata. La subisce e la tace.

 

Una donna su tre ha subito nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale ma solo il 20% delle donne maltrattate ritiene di essere vittima di reato. Questo significa che l’80% subisce passivamente, pensando sia inevitabile e quel che è peggio è che un uomo su quattro giustifica e minimizza la violenza sulle donne.

Le cause del silenzio sono da ricercare nello stereotipo culturale. Storicamente lo stupro è stato giustificato chiamando in causa una presunta incontinenza sessuale maschile; l’uomo sarebbe cacciatore e la donna la sua preda. Il sessismo insito nei giudizi su questo reato non è mutato nel tempo nemmeno nelle aule dei tribunali. Sconvolgente il fatto che in Italia lo stupro fosse considerato fino al 1996 un reato contro la morale e non contro la persona.

 

Donne vittime di violenza, vittime di stereotipi e di arretratezze culturali. La violenza sessuale viene quindi taciuta perché  non riconosciuta come tale, anzi legittimata e normalizzata, come se il suo negato consenso alla relazione sessuale non costituisse abuso. Come se la disponibilità sessuale da parte delle donne fosse un dovere  implicito ed inderogabile.

Un’influenza fondamentale lo hanno le norme, i modelli e le arretratezze socio-culturali che impongono ciò che è “accettabile” e quello che non lo è, prescrivendo alle donne come principale mandato di genere la disponibilità sessuale, la dedizione e la cura del “maschio egemone” e della prole. Elementi che vanno a condizionare il comportamento femminile in relazione al partner anche se ha un comportamento violento.

 

La compiacenza, il silenzio, la sottomissione ai doveri coniugali senza averne il desiderio è violenza sessuale e spesso viene perpetrata per anni con conseguenze sul piano psico- fisico molto serie. La violenza sessuale è un atto di potere e di dominazione che avviene anche quando il mancato consenso prende la forma del silenzio “assordante di sottofondo”, del compiacimento alle richieste del partner senza averne desiderio, quando la sessualità viene percepita e vissuta come l’assolvimento di un dovere e pertanto l’intimità è vissuta in modo non naturale e spontanea ma al contrario inibita, controllata e bloccata.

 

I dati raccolti attraverso il nostro questionario, non  rappresentano un valore statistico, ma offrono interessanti spunti di riflessione e vanno a consolidare la mia visione sul fenomeno della violenza sessuale: l’uscita dalla sottomissione, avviene definitivamente, solo quando la donna esce dalla gabbia culturale dello stereotipo, avviene così una vera e propria liberazione. Le donne intervistate da Venere 50 hanno evidenziato il riconoscimento e  la consapevolezza, necessari all’evoluzione e all’ ascolto dei bisogni personali  in ambito di piacere anche sessuale, dando gradualmente sempre più spazio all’espressione autentica di se stesse con maggiore assertività e creatività.