Un luminoso pomeriggio con Ndileka Mandela

Un’ospite eccezionale all’evento di Venere 50. Il racconto di Rossella Famiglietti

 

Essere una Mandela è un privilegio, come lo è per tutti i figli e i nipoti “d’arte”, se così si può dire. Avrebbe potuto essere tutto e invece, la prima nipote di Madiba ha chiarito immediatamente che al di là del nome che porta, lei è una donna autonoma e indipendente dall’”iconic power” di suo nonno. Lei è Ndileka. La donna che si è seduta in mezzo a noi, con un abito sexy e un south african traditional necklace che ci ha fatto strabuzzare gli occhi e decidere di doverlo avere all’istante nel nostro guardaroba. Non ce la immaginavamo così glamour e non ci immaginavamo che, fin dalla prima domanda, si sarebbe mostrata per quello che è: una Fenice. Come noi.

 

Ndileka, in quanto infermiera professionista, ha assistito Nelson Mandela negli ultimi tempi della sua malattia: he cosnsumed me, ha affermato. Quando mio nonno è stato rilasciato dal carcere, avevo 25 anni. Non ero certo il frutto dell’educazione ricevuta da lui, ha precisato, semmai di quella di mia madre (suo padre, il primo figlio di Nelson, è morto in un incedente quando lei aveva 4 anni). E ci ha aperto la porta su un mondo di donne. Donne come la nonna, prima moglie di Mandela e madre dei suoi primi figli, tra cui appunto Thembelika, suo padre e primogenito di Nelson Mandela. Ndileka ha dedicato al suo nome la Fondazione per la promozione dei diritti umani di cui è fondatrice. È dalle donne, dunque, che Ndileka ha tratto i suoi valori, vivendo da lontano l’alone di luce che magnificava il nonno quale padre della patria. In pratica, il nonno di milioni di sudafricani. E, in deroga, il suo.

 

Non poteva non essere il caso di un immediato colpo di fulmine con questa donna dall’autenticità spiazzante. Soprattutto quando, con estrema naturalezza, ha raccontato di essere stata stuprata dall’ormai ex-marito, nella sua casa, e di aver denunciato la violenza subita. Stiamo parlando di Sudafrica e stiamo parlando di un pezzo di un pezzo della storia dei diritti umani violata nella sua intimità. Pensiamo a quello che è stato detto su Asia Argento, uno dei primi nomi del movimento #Metoo, a cui la stessa Ndileka ha pubblicamente aderito. Pensiamo a quello che è stato augurato a Carola Rackete, pensiamo agli insulti e alle offese rivolti ogni giorno alle donne forti. Chi è la vittima e chi è il carnefice?
È bastato uno sguardo per capire che Ndileka era una di noi. Così, quando S. ci ha descritto che si prova a subire violenza dal proprio partner, si sono aperte le ali comuni delle nostre emozioni. Siamo donne, direbbe Paola Vigarani, l’ideatrice del progetto Fenici e dell’evento del 6 luglio, un’intervista confronto tra le donne che hanno subito violenza e ne sono uscite insieme – Fenici che risorgono appunto dalle loro ceneri – con un’ospite d’eccezione, Ndileka Mandela.
Nella nostra fragilità nasce la nostra potenza. E se qualcuno ne ha paura, è perché fa bene ad averne.

 

In un caldo pomeriggio estivo, all’ombra degli alberi davanti al recinto degli asini e dei cavalli, alla maniera del CAT, politici, giornalisti e cittadini, intervenuti a Campogalliano, hanno dovuto vedere quello che nessuno vuole vedere e hanno dovuto sentire quello che mette i brividi solo pronunciare. La violenza, quella che subiamo tutti i giorni noi donne, chi in un modo chi nell’altro, e che ci rende tutte Fenici. “Chi sono le Fenici? Sono donne”, ha detto infatti Paola Vigarani. “Siamo tutte noi donne, qui presenti, perché la violenza di genere NON è un fatto privato.
E non lo è perché la violenza è ideologica e strutturale in un sistema sociale nel quale il potere degli uomini sulle donne non si fonda su norme o leggi ma su altri meccanismi più sottili, meno espliciti, meno evidenti, e in quanto tali anche più subdoli. Si tratta di meccanismi basati su tradizioni e arretratezze culturali che danno origine allo stereotipo di genere, al pregiudizio, alla riprovazione sociale, alla vittimizzazione secondaria e ai canoni di bellezza sul corpo femminile.

 

Quindi si tratta di un fenomeno che non è normato ma paradossalmente è legittimato e normalizzato attraverso l’impunità, il silenzio e l’indifferenza dei vicini di casa o dei passanti per strada. La violenza non riguarda così solo certe donne, riguarda tutte le donne, nessuna esclusa, indipendentemente dalla nazionalità, dall’estrazione sociale e culturale. Perché anche se NON coinvolte direttamente, a subire violenza sarà stata magari nostra nonna, nostra madre, nostra sorella, nostra figlia, una cugina, una nipote, un’amica, la nostra migliore amica o la vicina di casa. Questo è un dato di fatto. E informarci, empatizzare e conoscere il fenomeno è il primo passaggio di crescita culturale che tutte le donne dovrebbero effettuare”.

 

Forse Paola Vigarani non ha proprio il dono della sintesi ma ha avuto la forza e la capacità di costituire intorno a sé una comunità di donne in dialogo costante tra di loro, di supporto l’una all’altra. Donne capaci di togliere un abito rosso dal loro armadio, sedersi davanti al Presidente della regione, al sindaco di Campogalliano, ai genitori dei compagni di classe del proprio figlio e di raccontare come le faceva sentire la violenza del compagno: “Non avevo più la capacità di ragionare, di essere me stessa, ero stanca, ero manipolata. Spesso mi sentivo inadatta, sciocca, ridicola, piccola… Mi sentivo importante solamente grazie alle lodi del mio carnefice, che mi manipolava attraverso ricatti psicologici e violenze fisiche”.

 

Una donna vittima di violenza è una donna debole, pensa più di qualcuno, ma non è quello che ha pensato Ndileka Mandela quando ha ascoltato dalla viva voce di una giovane donna gli stupri subiti dall’educatore a cui era stata affidata. Educatore che è ancora al suo posto perché c’erano solo le loro due parole una contro l’altra. O le frasi che si è sentita rivolgere quando ha chiesto aiuto: “Tu hai dei problemi. Ecco il numero di uno psichiatra”. “Non sei una vittima, sei una sopravvissuta”, ha detto Ndileka rivolgendosi alla giovane fenice e ha aggiunto, prima di commuoversi insieme a noi: “a una donna che dice una cosa di tale gravità, bisognerebbe solo credere senza nemmeno fare domande”. Abbiamo pianto il pianto delle deboli, il pianto delle isteriche, quello in cui si sciolgono rabbia e paura e che ci riporta la lucidità di affrontare il nemico. Anche quando quel nemico siamo noi stesse. E se a qualcuno sembra facile, dico che si può paragonare ad un parto. Allo squarcio della pancia del lupo, da cui usciamo intatte nella nostra voglia di vivere e di amare. E magnifiche nel nostro abito rosso.

 

Una fenice speciale è Giovanna, la madre di Giulia, vittima di femminicidio, ad opera del marito modello conosciuto in parrocchia, a soli trent’anni. Sfido chiunque a non abbassare gli occhi quando narra l’inenarrabile: le pietrate con cui è stata finita sua figlia e l’odissea giudiziaria in cui è la vittima ad essere messa sotto processo. Perché, certo, una provocazione deve esserci stata se la gelosia ha originato un raptus improvviso di violenza omicida; una “tempesta emotiva” tuttavia molto lucida se capace di mettere in scena un suicidio, all’occorrenza. Vero?

 

Non sempre ci sono dei campanelli d’allarme macroscopici, ci vuole un ascolto profondo e consapevole per intuire che i vari “Non puoi farcela”, “Non sei capace”, “Sei ridicola”, “Stai al tuo posto”, “Copriti”, “Mettiti a dieta” e varie amenità della cultura patriarcale in cui uomini e donne sono immersi fino al collo sono già la struttura del pericolo.

Combattere per rinnovare l’educazione degli uomini e delle donne, per ribaltare le regole del patriarcato: ecco la prossima rivoluzione. Siamo pronte ad andare fino in fondo? L’educazione è l’arma più potente per cambiare il mondo, sosteneva Nelson Mandela e, con lui, la nipote. Noi donne Fenici abbiamo l’arduo compito di cambiare la cultura secolare che ci discrimina e di cambiare noi stesse, che non vuol dire prendere il posto degli uomini o tra gli uomini diventando come loro, ma essere libere di essere noi stesse senza più timore di essere giudicate. Di essere donne che crescono uomini nuovi, senza differenze basate sul sesso, ma capaci realmente di empatia e di amarsi a vicenda. Un sogno certo, ma che abbiamo cominciato a sognare tutte insieme.

 

Siamo sorelle, siamo potenti, siamo coraggiose e siamo in tante.
Abbiamo cominciato a parlare.
E abbiamo imparato a correre.
Anche sui tacchi.